Ordine Francescano Secolare - fraternità di Monza

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Assemblea precapitolare 2019


OFS Lombardia – assemblea precapitolare 23 marzo 2019


LO SPIRITO DEL SIGNORE E LA SUA SANTA OPERAZIONE

Regola Bollata:
[104]
E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che cioÌ che devono desiderare sopra ogni cosa eÌ di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e di avere umiltaÌ, pazienza nella persecuzione e nella infermitaÌ, e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poicheì dice il Signore: "Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; beati quelli che sopportano persecuzione a causa della giustizia, poicheì di essi eÌ il regno dei cieli. E chi persevereraÌ fino alla fine, questi saraÌ salvo".

Lo Spirito Santo nella nostra vita è tutto. Abbiamo tutto dallo Spirito Santo che ci è lasciato per entrare in rapporto con Dio oggi. Lo Spirito Santo non solo è tutto, ma "fa tutto", in noi e negli altri. È il nostro dominatore, è il nostro Signore. È la cosa più bella che abbiamo perché non l’abbiamo meritata; è in noi ma non dipende da noi. Dimora in noi, nonostante noi; è la nostra Nuova Alleanza.
Verso il Capitolo elettivo, possiamo avere questa consolante convinzione: la presenza, l’abitazione dello Spirito Santo in noi. A noi spetta seguire la sua santa operazione.
Bisogna desiderare di avere lo Spirito del Signore - sopra ogni cosa! Ecco, come prima tappa, primo e fermo desiderio pre-capitolare, proviamo a proiettarci col cuore in questa direzione, disponibili alla conversione.
Questo desiderio d’altra parte corrisponde alla priorità della vita cristiana e noi vogliamo accrescere questo Spirito del Signore che ci abita dal Battesimo.
Francesco ci aiuta a capire come fare; innanzitutto ci dice come riconoscere lo Spirito del Signore:

XII. Come riconoscere lo Spirito del Signore.
[161] A questo segno si puoÌ riconoscere il servo di Dio, se ha lo spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua "carne" non se ne inorgoglisce - poicheì la "carne" eÌ sempre contraria ad ogni bene - ma piuttosto si ritiene ancora piuÌ vile ai propri occhi e si stima piuÌ piccolo di tutti gli altri uomini.

XIX. L'umile servo di Dio.

[169] Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando eÌ ritenuto vile, semplice e spregevole, poicheì quanto l'uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di piuÌ. Guai a quel religioso, che eÌ posto dagli altri in alto e per sua volontaÌ non vuol discendere. E beato quel servo, che non viene posto in alto di sua volontaÌ e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri.
Cos’è quindi non avere lo Spirito del Signore?
Non avere lo Spirito del Signore significa confidare in se stessi.

Gv 20, 19-23
19 La sera del primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo quando non possono più confidare in se stessi, perché sono sconfitti, l’esperienza li ha sconfitti; nella loro vita hanno lasciato, ma ora, amaramente, si sono accorti di aver tradito. E morti dalla paura si sono chiusi nel cenacolo.

Un altro importante passaggio in preparazione del Capitolo passa allora a mio parere da questa consapevolezza: se vuoi accrescere, esprimere lo Spirito del Signore, non puoi confidare in te stesso.

Chiediamoci allora: quando pensiamo a noi stessi, sia personalmente che comunitariamente, in che cosa confidiamo?

Quando prepariamo o quando ci avviciniamo a un Capitolo elettivo, mentre pensiamo al Capitolo di giugno, in che cosa confidiamo davvero?

Noi cristiani abbiamo la cosiddetta "coscienza del recupero": abbiamo cioè una sana coscienza del peccato ma, insieme a questa, riusciamo a scendere sempre a compromessi, a trovare giustificazioni. "Si, sono un peccatore, lo siamo, io francescano, noi francescani… però sono anche una brava persona, lo siamo, faccio e facciamo, oppure abbiamo fatto tante cose buone. È vero che siamo fiacchi e poco vitali, ma in questo triennio abbiamo comunque fatto cose belle e buone, anzi, soprattutto…in fondo non sono e non siamo così male".
Questo significa confidare in se stessi! Il dire: "Però sono anche…"
Abbiamo tutti bisogno di aggrapparci a qualcosa. Diversamente dai Discepoli, che invece non potevano più aggrapparsi a nulla; non avevano più appigli.
Trovare quel "tutto sommato", corrisponde a ciò che Francesco definisce "la nostra carne", che è il cassetto dove teniamo le cose che generano il sentimento di recupero di un po’ di stima, che mi aiuta a non cadere nel terrore della sconfitta.
Dobbiamo fare molta attenzione a questo aspetto, che per alcune persone riguarda la stessa vocazione o un certo tipo di appartenenza. Le persone che non si sopportano, spesso ricavano la loro stima dall’idea di avere una vocazione. Esistono queste vocazioni di "recupero", come risposta al bisogno di sentirsi in qualche modo speciali. Questo bisogno di sentirsi speciali è proprio "la carne" cui fa riferimento Francesco.
Come si accresce allora lo Spirito del Signore? E alla sua santa operazione?
Francesco indica due aspetti: (FF 224 – 225)

Custodire il libro liturgico – i vasi sacri, che per lui, oltre alla Parola, contiene lo Spirito e santifica. Francesco ci dice praticamente che avere la scrittura tra le mani santifica. La dice lunga sul valore che attribuisce alla scrittura stessa;
Perdonare i propri nemici (per Francesco il primo nemico è il padre). È talmente importante che Francesco dirà: Signore, dove non arrivo io a perdonare, perdona tu i nemici.

Riassumendo: si possiede lo Spirito del Signore imparando a non confidare nella propria carne, e la carne è il residuo di stima mondana a cui mi attacco per dirmi che non sono così male.
E la sua santa operazione si realizza con la venerazione della sacra scrittura e perdonando di cuore i propri nemici.



Forse basterebbe già questo per avviare un percorso di conversione e presentarsi al Capitolo davvero liberi e capaci di far agire lo Spirito.

Sappiamo bene che avvicinandoci al Capitolo – e qui mi rivolgo soprattutto a chi ha avuto un incarico di responsabilità nel triennio – sale il timore della critica o il bisogno di ricevere consensi. Uno degli errori cui cadiamo infatti è presentarci al Capitolo con l’idea che qualcuno debba esprimere un giudizio su quello che è stato fatto da me e dal nostro Consiglio…è la carne che parla! Grida! Allora, l’esercizio che dobbiamo fare è provare a non confidare in questa nostra carne.

Francesco invita a perdonare i propri nemici; ma occorre richiamare al concetto che la scrittura attribuisce al termine "nemico". Nemico non è chi ci fa del male, ma quello che limita la mia libertà, che mi impedisce di raggiungere la Terra Promessa, di realizzare la mia vera vocazione.
Ci sono molte cose che ci sono nemiche anche se non ci fanno del male. Ad es.:
Un amico che mi chiude (mi vuole bene), è un nemico.
Un servizio che mi chiude e mi toglie da altro, dalla vera relazione, dalla vera comunione (non mi fa del male), è un nemico.
Allora possiamo provare ad individuare ciò che mi è nemico personalmente e ciò che ci è nemico rispetto alla preparazione al Capitolo…cose che non sono cattive, che non sono male, ma che in realtà ci tolgono la libertà, ci chiudono, ci appiattiscono. Possono esserlo certe modalità che ci trasciniamo dietro senza averle ben comprese, l’applicazione piatta e rigida di certe norme, che di per se non sono male, tutt’altro, ma diventano nostre nemiche se ci chiudono.

LO SPIRITO DEL MONDO

Noi siamo degni di vivere perché abbiamo lo Spirito Santo, non abbiamo bisogno di cercare altro, altri idoli o altre realtà o dalle nostre piccole virtù o dai complimenti che riceviamo. Lo Spirito Santo fa di noi delle persone volute e amate. Poi sta a noi diventare santi come lo Spirito che ci è dato.
Ho sentito esprimere questa meravigliosa affermazione: quando il Padre ci guarda vede in noi lo Spirito – il santo che sarà – il santo che saremo.

È però chiaro che noi possiamo dirigere la nostra volontà altrove, verso il male. Qui c’è la questione cara a Francesco del male della propria volontà. Non è nell’atteggiamento sbagliato dell’altro, nelle decisioni sbagliate e nel peccato del Ministro, di questo o quel consigliere, dell’Assistente, di quel frate o di quel parroco, ma è dentro di me, la mia volontà, non quella naturale creata da Dio - quella data per amare.
Sappiamo che possiamo seguire cose oggettivamente buone ma non mie. Anche seguire una vocazione è cosa buona, ma può essere frutto della volontà, non veramente "la mia".

Per Francesco questa volontà è dentro di noi. È una volontà che desidera qualcosa e sceglie un mezzo per averla. Adamo voleva diventare come un Dio, il serpente glielo suggerisce, lui sposa questo desiderio e il mezzo che gli viene suggerito per diventare come Dio è conoscere l’albero della conoscenza del bene e del male (tutto!).
Francesco ha vissuto molto profondamente questa dinamica e i racconti della sua giovinezza lo testimoniano. La sua volontà si esprimeva in un grande desiderio: stare al centro dell’attenzione sempre e comunque. Lo chiamavano il re delle feste…pagava sempre lui.
Era in qualche modo proiezione del desiderio del padre, che sognava lui stesso di mettersi al centro delle dinamiche cittadine, di essere riconosciuto potente, quindi era sempre ben disponibile a riempire di soldi Francesco.
Poi arrivarono alla rottura, non perché Francesco spendeva i soldi, ma perché li spendeva per i poveri. Fin quando li spendeva per le cene andava tutto bene.
Così Francesco ha vissuto molti dei suoi anni della gioventù, seguendo questa sua volontà, cercando il modo di emergere, di mettersi al centro. E scopre il mezzo per eccellere, che è il denaro, i soldi.
Per diventare il primo quindi, sceglie il denaro.
La volontà di ciascuno di noi, per realizzare il suo sogno di eccellenza, sceglie un denaro, un mezzo. È una dinamica che appartiene a ciascuno; si sceglie una moneta con cui comprarsi la vita e gli altri.
Non è importante che questa moneta sia il soldo, può essere un titolo, una falsa gentilezza, un nascondersi e non dire mai la verità…molte cose, ma ognuno di noi ha una moneta con cui compra la vita.
Occasioni come quella di un Capitolo elettivo, possono in qualche modo esaltare una certa volontà di emergere, e allora impegniamo la nostra moneta come mezzo per realizzare questa volontà. E la moneta può essere tante cose.

Nella vita di Francesco, nella sua giovinezza, troviamo diversi racconti circa questo sua volontà di emergere, che dovremmo leggere e rileggere! È importante per noi fermarsi a comprendere qual è la moneta che mi porto in tasca per comprare la vita mia e degli altri. Noi non siamo persone incamminate sulla via del male, quindi questa cosa non sarà cattiva, ma probabilmente un bene apparente.
Possiamo far riferimento alla Parola:
Gv 8: la moneta dei capi del popolo – disputa sull’origine di Gesù – i capi mostrano la loro moneta che è essere figli di Abramo: noi siamo figli di Abramo, non siamo nati da prostituzione, noi siamo i chiamati, tu sei un disgraziato. Noi siamo, noi siamo, noi siamo…i puri!
Fil 3: la moneta di Paolo, il corredino da bravo religioso, da bravo Fariseo…irreprensibile…

Francesco diventa povero in relazione a ciò che aveva scelto. Darà la proibizione di toccare denaro perché nella sua esperienza il denaro non era cattivo in se, ma era il mezzo che aveva scelto per governare con la volontà propria, per inseguire i suoi sogni di vanagloria.
La nostra povertà personale parte dalla rinuncia definita alla nostra moneta, ma prima dobbiamo capire qual è, perché posso diventare poverissimo di tutto, ma se conservo la mia "moneta" (mia pretesa di aver ragione, mio vittimismo…), io rimango ricco anche se non ho niente.


LA SANTA DELUSIONE

Come ha lavorato lo Spirito Santo su Francesco? Da dove ha cominciato?
Ha cominciato dalle illusioni –dal 1202 al 1204 – dove il Signore ha cercato di accompagnare Francesco fino alla soglia della realizzazione delle sue illusioni per poi deluderlo. Quindi la prima tappa della cristificazione, conversione di Francesco, è questa: Dio lo tira fuori dalle sue illusioni.

Francesco vuole essere una persona di cui gli altri hanno bisogno. Dietro questa espressione c’è tutto un mondo, perché dietro uno spirito di servizio può nascondersi la voglia di essere una persona di cui gli altri non possono fare a meno.
Lui ha i soldi per farlo: si apre la possibilità di diventare Cavaliere (prima era solo fatto ereditario – solo per i nobili) e per lui è una grande opportunità perché voleva i titoli! Voleva lo scudo con l’emblema di famiglia – lo stesso sogno del padre, il desiderio di divenire nobile, che ora poteva comprare. Poteva entrare sotto l’egida di un certo tipo di vocazione, perché il Cavaliere all’epoca era un consacrato. Il Cavaliere giurava di difendere la Chiesa e i poveri, e aveva la possibilità di  raccontare le sue gesta! Elemento in più per arricchire le feste.
Così viene lasciato da Dio tranquillo a fermentare queste sue illusioni.
Nel testamento dirà: "quando ero nei peccati". I peccati non erano i comandamenti, ma erano le illusioni. Sognava oltre le sue stesse possibilità, oltre le caratteristiche fisiche, eppure andava, lo voleva.
Le Fonti ci raccontano che Francesco riesce comunque a comprare tutto il necessario e gli si presenta la grande occasione: parte da Assisi con altri nobili per affrontare i Perugini, ma viene arrestato con i suoi compagni e rimane prigioniero per un anno per poi tornare ad Assisi.
Dopo questa sconfitta rimane per un anno malato a letto perché aveva perso la grande occasione della sua vita. Ma il Signore ancora lo lascia fare e gli si presenta una nuova grande occasione: la possibilità di andare ad aiutare Gualtiero di Brienne in Campania con un drappello di aspiranti Cavalieri.
Quindi è evidente che a Francesco non interessa Perugia, non ha una missione particolare; a lui interessa diventare Cavaliere, qualunque sia il percorso. Il padre gli ricompra tutto e parte. Poi arriva a Spoleto e lì il sogno…"chi è meglio servire, il servo (Gualtiero, che è servo di Dio) o il padrone?" "Quello che sogni chi te lo può dare?" Dio lo prende praticamente in giro! "Il titolo te lo do io, ti faccio io nobile…torna ad Assisi".
Dio prende Francesco attraverso questa strategia.
Qui Francesco fa un grande atto di fede. Non rinuncia ai suoi sogni, ma capisce che né lui, né altri uomini possono aiutarlo a realizzarli. Vuole ancora diventare importante, uno di cui gli altri hanno bisogno, che si potrà ricordare, ma dopo due anni ha capito che gli uomini non possono aiutarlo e ci vuole una elezione da parte di Dio.
Tutto sommato, bisogna quasi dar retta al Signore. Ma non sa cosa gli sta per accadere.

In questa fase della conversione, lo Spirito Santo apre gli occhi di Francesco sulle sue illusioni (cfr maledetto l’uomo che confida nell’uomo – Ger 17). Non può confidare né in se stesso, né negli altri. Non può più sedere in compagnia dei potenti, perché tutti sono servi, ma c’è un padrone molto più grande.
Questo contesto di disillusione, può aiutarci a fermarci sulla DELUSIONE che viene da Dio, perché Dio ci delude! E le delusioni di Dio prima arrivano e meglio è, perché dietro l’angolo delle delusioni arriva l’amore vero, la sequela vera (i discepoli di Emmaus; Giovanni Battista).

Possiamo chiederci se lo Spirito ci ha guariti dalle nostre illusioni con delle sante delusioni, e dovremmo chiedergli di farlo.

Quali sono le vere motivazioni della mia vocazione?
Sono stato istruito da Dio? L’ho fatto per generosità? Per necessità?

Ognuno di noi è dentro queste risposte, perché non esiste una vocazione pura, nemmeno gli Apostoli l’hanno avuta, vanno bene tutte e tre, perché quale che sia la motivazione, l’impegno è ad essere santi. Se però non mi dico la verità, se non mi interrogo, se mi convinco e voglio convincere che la mia vocazione è pura, creo menzogna nelle aspettattive, si generano illusioni e costringo Dio a lavorare per mandarmi le sante delusioni.

Dobbiamo metterci davanti al Signore per capire quanto pesano tutte queste cose nella mia vita. Quali le mie illusioni? Ne abbiamo tante anche nell’OFS, che può essere un ottimo mezzo per stare al centro dell’attenzione…come pure il Capitolo può essere.

Se riesco a chiamare per nome le mie illusioni, non genereranno più menzogne. Dobbiamo perciò entrare nella verità e smetterci di raccontarci le storie.

Perché non si può servire il Signore se non dopo aver abbandonato le proprie illusioni; ma ancora di più: solo dopo aver fatto alleanza con la propria paura più grande!



LA SANTA PAURA

Francesco torna ad Assisi dopo Spoleto…

Dio non può ancora rivelarsi, perché c’è ancora un passaggio da fare, che è affrontare la sua grande paura.
Se non affronta la paura, una scelta di vita dopo il sogno di Spoleto sarebbe una fuga ulteriore e nemmeno Dio può dirgli cosa fare, altrimenti Francesco ci costruirebbe una storia lontana dalla sua paura.
Se non si affronta quel passaggio, quello che viene dopo non è autentico. Qualsiasi scelta di vita, se non si sono fatti i conti con la paura, rischia di implodere. Dopo che Dio si mostra c’è sempre un incontro da fare con ciò che terrorizza l’uomo (ricordiamo la prima risposta di Adamo: "ho avuto paura e mi sono nascosto").
Ciò che lo aspetta ad Assisi, come sappiamo, è il lebbroso, che non è il povero che dobbiamo incontrare e aiutare, ma è la proiezione totale delle sue paure: perché è il contrario esatto della sua idea della vita. Ciò che non sarebbe mai voluto diventare. Perché i lebbrosi sono al margine, non sono celebri, vivono isolati, non possono comprare e vendere, sono vestiti di sacco, non indossano abiti nobili; il contrario esatto del suo desiderio di essere sempre al centro, un nobile e una persona cercata e desiderata da tutti.

Confrontarsi con questa paura della solitudine è spesso molto doloroso, ed è una dinamica che può accompagnare prima, durante, ma anche dopo la fine del Capitolo, anche quelli che cioè finiscono un servizio e rimangono soli improvvisamente. Il Signore ti pone davanti il lebbroso: il contrario esatto di quello che vivevi e forse cercavi fino al giorno prima, fino al giorno prima del Capitolo elettivo. Per questo, la fine di un servizio diventa fruttuosa! Così come è vero che per non vivere questa sofferenza lottiamo a tutti i costi per rimanere in viaggio verso il nostro "cavalierato".

Nel Testamento di Francesco: … Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così … (fare penitenza = conversione); quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia; e allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro…. Stetti un poco e poi uscii dal secolo.
È particolare che Francesco nel Testamento ricordi solo l’incontro col lebbroso. È un incontro così forte che gli cambia il modo di vedere la vita. Ciò che gli era amaro si trasforma in dolce.
Prima di rivelare a lui la verità, Dio gli chiede di sposare quello che lo terrorizza.
La sua paura diventa il sacramento del cambiamento. Quello che lo squalificava ai suoi occhi, diventa il mezzo per ricominciare una vita al di là delle delusioni.
Non si può servire il Signore se non dopo aver abbandonato le proprie illusioni, ma ancora di più dopo aver fatto alleanza con la propria più grande paura. Quello che io non vorrei mai diventare.
Allora dobbiamo ripescare il senso della moneta, quella con cui ognuno di noi compra la vita, con cui viaggiamo il più lontano possibile dalle nostre paure!
La mia moneta è stata essere sempre gentile, offrire un servizio sempre disponibile e generoso? Si può spendere monete anche nel servizio nell’OFS, non risparmiarsi in nulla, tanto da arrivare ad avere bisogno dell’OFS più per se stessi. Ho sperimentato e visto esercizi di generosità estrema chiamati illusoriamente "servizio", ripagati da grande consenso e tanti applausi. Capite che ciò che non aiuta l’OFS a cambiare e a rinnovarsi è anche e soprattutto frutto di questa paura personale.

Ma se io perdo la mia moneta, che mi succede? Vengo respinto dove?

Se Francesco sposa la sua paura, non ha più bisogno di fare quelle cose che gli davano piacere (feste, stare con gli amici, pagare cene). Se tutte quelle cose erano fatte per esorcizzare la paura, una volta sposata, tutte le altre cose vengono vissute in maniera diversa. Francesco non rinuncia a qualcosa! Semplicemente (!) viene trasformato. Quel tipo di atteggiamento non gli piace più, non lo vuole più.
Capite quindi che se non si fa alleanza con la paura, l’impegno di vita diventa tutto uno sforzo.

È importante servire Dio facendo alleanza con la propria paura! Perché noi entriamo nella autenticità della nostra chiamata, solo se la assumiamo.
Dopo l’abbraccio al lebbroso, Francesco costruisce la sua vita su tutte le cose che gli erano amare (rinuncia al denaro, rimane solo per anni…l’esatto contrario!).

Le paure possono essere diverse…sta a noi cercarle e trovarle.
Possiamo aver paura di rimanere anonimi, di non lasciare traccia. Paura di non diventare come le sante persone che abbiamo incontrato, seguito e ammirato. Paura di aprirsi perché abbiamo avuto fregature e non entrano in comunione (e questa per un francescano è un bel problema).
Anche la vocazione può essere un esorcismo sbagliato della nostra paura. Per questo la paura va trovata e consegnata alla Chiesa, al proprio Padre spirituale. Senza questo passaggio la nostra sequela rimane come inquinata, avvelenata…
È solo allora che il Signore parla, che la Parola che fino ad allora avevamo solo ascoltato, ci parla!

Se questo percorso di preparazione può impegnarmi a cercare e trovare le mie paure, allora il Capitolo sarà davvero una grazia (perché il risultato non si misura da una bella elezione…spesso illusione di un OFS che va avanti!).


I SANTI DESIDERI

Abbracciando il lebbroso, ha guardato negli occhi la croce, la paura folle che l’uomo carnale ha della croce. È per questo che poi la croce di san Damiano gli parla, perché lui ha abbracciato la croce. Abbracciando il Gesù che è nel lebbroso, è diventato suo compagno e quindi ora Gesù gli parla.
Ora non fa piani, non sa nulla, ma non è preoccupato di questo. "Poi il Signore mi diede dei fratelli", ma non è stata una sua ricerca, una sua volontà (possiamo riflettere sulla nostra volontà di cercare/"comprare" altri fratelli).
Da quel momento smise di adorare se stesso e finalmente è pronto per ricevere una vocazione vera.
Di solito il nostro percorso è diverso: noi pensiamo di avere una vocazione e poi pensiamo di smettere di adorare noi stessi…

In questo suo tempo di solitudine (lui che ne aveva paura – sceglie di affrontare le sue paure vivendole!), Francesco si appassiona alla preghiera solitaria in questi posti e, a san Damiano, come sappiamo, il crocifisso gli parla…e gli dice "ripara la mia casa che come vedi è tutta in rovina". Lui inizia a riparare l’edificio, non si fa troppe domande. È un po’ il modello della nostra spiritualità francescana: molto terra terra, molto cruda, semplice, dedita al lavoro.
Lui cosa fa? Gli piaceva questa cosa. Fa cose buone, la volontà di Dio, ma ha ancora un cordone ombelicale che lo lega al padre. Ha bisogno ancora del Padre (dei suoi soldi) per riparare chiese. Non capisce che ciò che il Signore gli chiede si può realizzare senza. È una spiritualità che parte dal basso, dalle cose piccole.

Non è vero che io servirò bene nell’OFS o più in generale nella Chiesa se nelle cose piccole non sono capace di servire. È una pia illusione…
Non è vero che posso testimoniare Gesù se non ho un gran rapporto, una certa familiarità con Gesù.

Francesco accetta questo perché ha abbandonato le sue illusioni. Questo di riparare chiese, di fare il muratore, non è un servizio, un impegno che lo potrebbe esaltare, eppure…lo fa! E lo fa per 3 anni senza preoccuparsi di null’altro (!3 anni! Giusto quanto dura un mandato…e allora penso a chi farà il muratore nell’OFS per tre anni rispondendo semplicemente ad una chiamata).
Se non ci fossero state altre richieste, probabilmente Francesco avrebbe fatto il muratore tutta la vita.
Poi entra a santa Maria degli Angeli nella festa di san Mattia per l’eucarestia e il prete legge il mandato missionario degli apostoli e, sentendo questa parola, vive questa emozione, uno shock: "questo chiedo, questo voglio, questo bramo fare con tutto il cuore".
Bisogna partire da un certo presupposto: si può predicare la parola di Dio solo da poveri. Come diceva don Tonino Bello: per annunciare bisogna rinunciare. Perché si rischia di non essere credibili.
San Domenico e san Francesco capiscono che bisogna essere poveri e mendicanti.
Dobbiamo pensare che lo Spirito Santo dà a Francesco un desiderio che era comune per quell’epoca (la sua è una vocazione comune per il medioevo…gli storici dicono che ci sono stati molti Francesco nel medioevo), ma ciò che ha davvero distinto Francesco è che lui è rimasto fedele alla Chiesa.

Dopo aver rinunciato alle illusioni, dopo aver capito che non poteva realizzare i suoi sogni di gloria, dopo aver capito che si era messo di nuovo in una strada senza uscita, Francesco riceve questi desideri.
Rinuncia alle illusioni, abbraccia il lebbroso e smette di adorare se stesso.
Da che giorno io ho smesso di adorare me stesso? Ho smesso di pensare di poter diventare un campione, un personaggio noto? Ho smesso di pensare di poter diventare il salvatore della patria, dell’OFS? O non è ancora arrivato questo giorno?

Dopo l’incontro col crocifisso Francesco inizia a meditare la passione del Signore, non se la toglie più dalla mente. E il Signore gli fa il dono delle lacrime. Si commuove del fatto che questo Signore non sia ri-amato né da lui né da altri, e amava ripetere: l’Amore non è amato!

Lui vede l’ingratitudine nella Chiesa lasciata in abbandono a se stessa. La trascuratezza, il trascinarsi. Capite che, per accorgersene, per sentirsi afferrato dal dolore di un altro, vuol dire che ha smesso di guardare il proprio ombelico, le proprie tasche.

Nella vita dei santi, tutto il desiderio di giovare al prossimo nasce dalla contemplazione di questo amore non ricambiato. => "fa che io non cerchi tanto di essere amato, quanto di amare…"

Solo dopo questo, il Signore gli regala il desiderio di evangelizzare.

Nelle persone che adorano se stessi, il desiderio di evangelizzare è sospetto! Perché voglio evangelizzare? (per l’applauso, per dare splendore all’OFS mentre ne sono responsabile?). Per molti il desiderio di portare e di dire non viene dall’amore, ma alle volte quasi per vendetta…ci si riscatta in qualche modo, ma non c’è amore.
Ecco perché il Signore mette dentro Francesco la commozione per l’amore. La sua sarà una evangelizzazione mite, semplice, capace di andare incontro alle persone (dov’è oggi l’OFS rispetto al mondo, al cittadino comune, a me lavoratore…? A me sembra troppo distante, su un binario parallelo, mai incidente).
Lui vorrebbe che le persone si accorgessero dell’amore di Dio, e credo possa essere anche il nostro intento…

Quali i presupposti dei desideri santi? Posso anche non averne, non avere desideri regalati da Dio. Mi piacerebbe fare…, ma questi desideri vengono da Dio o da me?  Se non ho desideri santi, non mi devo preoccupare, il Signore me li darà, ma attraverso quale cammino? Quello di cui abbiamo parlato:
liberarsi dalle illusioni (smettere di sognare di diventare "campioni , personaggi…)
abbracciare le proprie paure (ma non mentalmente, nei fatti, iniziare a vivere con le proprie paure, conformare la propria vita a stare in compagnia con le proprie paure)
meditare la passione del Signore, iniziare a preoccuparsi delle preoccupazioni che aveva Gesù, lamentarsi delle cose di cui si lamentava Gesù… invece noi vogliamo che Gesù ci faccia compagnia nelle nostre preoccupazioni. Ma noi quando assumiamo le sue preoccupazioni? Tanto più che la nostra vocazione ci chiama a conformare il nostro modo di agire e pensare a Cristo… (Regola art. 7)

questi tre elementi dispongono il battezzato a ricevere il regalo dei desideri santi, ed è fondamentale perché (come dice Teresa d’Avila), si diventa santi con i desideri, non con le virtù.

I desideri sono il volto a colori dell’Amore!


POVERTA’ PATERNITA’

Francesco decide di essere povero perché ha un padre. La povertà è il suo modo di essere figlio. Non è una scelta sociale; è una scelta che avrà delle ricadute sociali come anche nella Chiesa (Francesco sa dove si deve collocare nella Chiesa). Però la povertà è il modo proprio di essere figlio.

Francesco vende le stoffe perché ha bisogno di soldi per i poveri; è ancora legato al padre. Il padre prima lo lega in casa e poi va dal Vescovo che amministrava la legge patrimoniale e lo cita. Davanti al Vescovo Francesco ridà quello che aveva al padre e dice: "d’ora non chiamerò più te il padre mio Pietro di Bernardone, ma il padre celeste". La spoliazione coincide con una confessione. Si accorge che per la sua vita non ha più bisogno dei soldi del padre. Si accorge che non è importante avere i soldi per riparare le Chiese, per adempiere alla missione, ma è ESSERE LIBERI! Il nostro OFS è così libero da questo legame?
Se hai un padre non hai bisogno del denaro. Se sei un orfano hai bisogno del denaro.
Se tu hai un Padre non hai bisogno della moneta per comprarti la vita, perché ci pensa lui a te.
Paternità=povertà è un binomio evangelico: "non datevi pensiero per la vostra vita…il Padre celeste sa che ne avete bisogno". (Lc 12)

LA MISSIONE

Prima di Francesco nessuno aveva mai inserito nei suoi scritti la missione in termini proprio di vocazione. Nel suo percorso missionario emergono però tre elementi:

L’ostacolo – c’è un problema nel maturare la coscienza missionaria di Francesco
Che cosa ha fatto e a chi si è rivolto
Il segreto della riuscita della sua missione secondo Francesco stesso ("perché vengono tutti dietro a te? Perché il Signore non ha trovato creatura peggiore di me…")

L’ostacolo:
Francesco vuole aiutare le persone a riconciliarsi, per questo il suo saluto era: "il Signore ti dia pace"
Ma c’è il problema che lui è irrimediabilmente legato al suo passato e crede che il Signore non lo abbia perdonato. Non ha chiuso i conti col passato. Non riesce a credere che il Signore possa servirsi di lui per curare il suo popolo.

Mentre è a Poggio Bustone (FF 363) con frate Leone, pregando incessantemente il Signore, ha l’intima certezza che Dio abbia perdonato i peccati e le vicende della sua vita passata.
Questo è un assioma della vita francescana: non c’è missione senza perdono. Non c’è missione se i conti col passato sono ancora in corso d’opera. Siamo disposti a prenderci la croce del futuro, ma facciamo fatica a prenderci quella del passato, che ci fa soffrire perché infrange lo specchio del nostro narcisismo.

Appena Francesco sente che il Signore lo ha perdonato, scende da dove era, raggiunge i suoi frati, li raduna e li manda a predicare a due a due.
Quando Dio mi perdona mi dice anche cosa fare. Allora Francesco manda i frati a due a due a predicare la riconciliazione, perché lui sa quanto costa la riconciliazione, ma non lo sa negli altri, lo sa in se! Noi abbiamo fatto questa esperienza? La sentiamo viva in noi?

A chi si è rivolto? Quali sono gli ambiti?
I primi frati andavano a pulire le Chiese (epoca di dimenticanza del culto eucaristico) e a collocare le sacre scritture in luoghi decorosi (FF 207 – 209). Francesco era infatti molto severo su questo, il calice che contiene il corpo e sangue di Cristo, deve essere prezioso, di oro o di argento.
(Francescano è spesso sintomo di qualcosa di folcloristico, di qualcosa fatto alla "francescana", come a dire alla sempliciotta, alla come viene. Ma Francesco non era così…)
Il primo culto dopo l’abbraccio al lebbroso è quello eucaristico.

Altro ambito è il destinatario. Predilige che si predichi alle persone lontane. La sua evangelizzazione non è rivolta alla pastorale di quello che c’è. Francesco preferisce che si vada presso i non credenti (allora erano i Saraceni). Però dice che bisogna andare verso i lontani non con l’animo di convertirli, ma con l’animo di farci amicizia.
Per Francesco la missione è farsi amici i lontani!



Mettiti al suo servizio (dell’infedele), poi se Dio ti ispirerà, gli annuncerai anche la parola.
Francesco ha una idea di salvezza per contagio. Se tu vai in mezzo ai non credenti e fai amicizia, per la loro amicizia nei tuoi confronti, Dio salverà anche loro.
Amicizia che ha un approccio di benevolenza: "il Signore ti dia pace"; "buongiorno brava gente".

CONCLUSIONE
Chiudo tornando all’immagine dei discepoli chiusi nel cenacolo, che è illuminante, perché una certa forma di appartenenza, se non è vissuta a partire dalla propria "morte", diventa essa stessa nemica, perché chiude. Se da un lato la loro fuga è una reazione di paura per una sconfitta di cui sono consapevoli e che gli permette di essere così raggiunti dal Signore e dal suo Spirito per passare dalla morte alla vita, la scelta di chiudersi in un certo tipo di appartenenza, che fa anche del Capitolo elettivo un fatto privato ed estraneo alla missione, rimane una scelta di morte.
L’essere chiusi è una delle tentazioni maggiori che abbiamo. Essere chiusi ci fa sentire più sicuri, e così anche il Capitolo, come espressione di questo nostro atteggiamento, rischia di divenire questione privata che inizia e finisce con noi, tra noi, nonostante il grande sforzo che facciamo per programmare e progettare, che può essere uno dei mezzi attraverso cui esprimiamo la nostra illusione di una vocazione e di un Ordine frutto della nostra volontà, l’illusione di un OFS lanciato nell’impegno missionario, quasi trascinato, nel quale pure si propongono cose buone, tanta formazione che sembra non riuscire mai a dare frutti (e allora cerchiamo idee nuove…), sempre però, confidando in noi stessi e in quello che pensiamo di poter produrre; e questo ci basta.
Io stesso diverse volte ho dovuto spegnere i motori…perché emergeva la "paura"…
Ricordiamoci ancora una volta che gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo proprio quando non possono più confidare in se stessi, quando sono sconfitti. Se vuoi tenere e accrescere lo Spirito del Signore, NON PUOI confidare in te stesso.
L’ostinazione verso un certo tipo di forma di appartenenza, costruita sul "però in fondo non siamo male", ci rende inevitabilmente sterili ed esclusivi, non possiamo essere mai inclusivi.
Se ci pensiamo, non è così diverso da certe forme attuali di esaltazione dell’identità nazionale. Di questa cultura dilagante che fonda il riconoscimento di se sulla chiusura identitaria, che porta a una concezione agonistica del pensiero e ci allontana dalla gente. Frutto di una propaganda che, se ci pensiamo, è fondata proprio sulla paura.

Lasciamo allora guidare da Francesco e spingere dall’amore di Cristo!
Siamo mossi dall’Amore: con i miei amici abbiamo voluto provare a fare il vino. Ho scoperto che la gioia più grande non è tanto nel risultato del buon vino, ma piuttosto nello stupore di vedere grappoli rigogliosi sulla vite, che esprimo una grazia, un dono gratuito che viene offerto e messo nelle nostre mani per farne il risultato che gustiamo nel vino (se ne siamo capaci).
È un’immagine concreta che mi riporta all’amore come "spinta" per la vita e per la vera gioia:

Caritas Christi urge nos!

Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore - «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio. Messaggio Papa Benedetto XVI per la Quaresima 2013

PREGHIERA DEI COMPAGNI DEL SANTO
Ricordati, o Padre, di tutti i tuoi figli.
Tu, o santissimo, conosci perfettamente come, angustiati da gravi pericoli, solo da lontano seguono le tue orme. Dà loro forza per resistere, purificali perché risplendano, rendili fecondi perché portino frutto. Ottieni che sia effuso su di loro lo spirito di grazia e di preghiera, perché abbiano la vera umiltà che tu hai avuto, osservino la povertà che tu hai seguito, meritino quella carità con cui tu hai sempre amato Cristo crocifisso.
Egli vive e regna col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen (FF 820)



Nota bene: questo intervento è espressione di un percorso che ho provato ad accogliere tra tante fatiche, seguendo in ascolto personale gli esercizi predicati al seminario romano maggiore da don Giuseppe Forlai. Ne ho fatto tesoro e ho provato a rileggerlo e condividerlo attualizzandolo nel cammino di noi francescani secolari..

Ringrazio quindi chi mi ha invitato, sollecitandomi a sua insaputa a riflettere su questa mia esistenza e sulle paure ed illusioni che accompagnano il mio cammino umano e spirituale oltre che la mia vocazione francescana. Mi auguro quindi che questa condivisione non venga diffusa come una relazione da leggere, ma sarò invece felice se, per volontà del Signore, potrà invitare qualcuno ad abbandonarsi con fiducia al Padre e al desiderio che lui nutre per ciascuno di noi, per fare esperienza del suo amore in una forma di sequela che necessita di un tempo di silenzio, preghiera e profonda riflessione.

Con amicizia,
remo




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